domenica 20 maggio 2018

L'INTERESSE NAZIONALE E LA COSCIENZA INFORMATA (almeno far caso a Macron...)


Macron: no a surplus tedesco, feticcio a spese degli altri

1. Parrebbe dunque che se l'Italia non rispettasse i livelli di deficit programmati  - come obiettivi intermedi verso un pareggio di bilancio che implica un ammontare di avanzo primario che nessun paese dell'eurozona ha mai registrato, neppure la Germania- il mondo intero cascherebbe.
Al riguardo basti vedere questo grafico, da cui emerge come durante la seconda fase di recessione, indotta dalle politiche di aggiustamento dell'eurozona, quelle che "letteralmente uccidono la domanda interna", l'Italia manteneva un surplus primario di bilancio superiore a quello della Germania. 

2. Mentre quest'ultima, durante la recessione ha tranquillamente trasformato il proprio surplus (anni 2009-2011) in un disavanzo primario di bilancio, di entità e durata incomparabili con quanto fatto dall'Italia. E, per di più, l'ha fatto per salvare con fondi pubblici il proprio sistema bancario, infarcito di derivati di valore tutt'ora incerto, senza dunque risolvere l'ancor pendente e colossale problema di Deutschebank (e non solo). Che rimane la banca più rischiosa del mondo, sebbene la vigilanza bancaria BCE appaia preoccupata solo degli NPL del sistema italiano.
E la Germania intervenne senza doversi porre il problema della violazione del divieto di aiuti di Stato, subentrato solo quando le sofferenze causate non dalla recessione importata dalla crisi dei sub-prime, ma proprio dall'austerità obbligata dal fiscal compact (come ammette Bankitalia), avevano investito il sistema bancario italiano sotto il subentrato regime dell'Unione bancaria.

3. Più precisamente, la Germania, attraverso i suoi vari portavoce in servizio permanente, scatena anatemi preventivi che vengono sul FQ sintetizzati dalla sgomenta ironia di Marco Palombi, partendo dalla "cappa inestiguibile che aleggerà per sempre sul vostro paese" di Daniel Gros, - in relazione alla proposta di cancellazione del debito acquistato dalla BCE, con base monetaria generata dal nulla e quindi corrispondente a una passività che De Grauwe stesso definisce come solo formale e sostanzialmente fittizia-, passando per Clement Fuest, dedito a confessare ufficialmente la monocraticità (a base teutonica) delle decisioni dell'Eurogruppo e della BCE ("le autorità Ue non possono stare pigramente a guardare se i neo-anarchici del M5S e gli euroscettici della Lega vanno avanti con le loro politiche rivoluzionarie...Se iniziano a violare le regole fiscali, la BCE, pur riluttante, dovrà agire: l'Italia dovrà introdurre controlli sui capitali e uscire dall'euro") nonché per il mitico H.W. Sinn ("Non c'è soluzione. La catastrofe sta accadendo. E questo porterà alla distruzione dell'Europa"), per finire con "dialogante" Lars Feld che pragmaticamente la fa breve, cercando una soluzione finale ("è il momento di delimitare il rischio Italia").

4. Il Corsera aveva peraltro ben precisato il pensiero attribuito al Presidente della Repubblica che aveva definito l'interesse nazionale, inviolabile e indeclinabile, proprio in relazione ai vincoli fiscali dell'eurozona così pacatamente richiamati dai tedeschi: 
"Mattarella si concentrerà su un punto, dei due al centro del suo consulto (che sono, com’è ovvio, l’esistenza di maggioranza autosufficiente e la condivisione di un programma non minimalista). Ossia i vincoli europei. Da intendersi come vincoli economici, a partire dal rispetto dei conti pubblici in base ai parametri dell’eurozona, e vincoli politici, vale a dire la fedeltà ai trattati dell’Unione. Materie sulle quali il Paese non può permettersi di alimentare incertezze, restando in surplace troppo a lungo. È dunque qui che potrà ponderare le eventuali incompatibilità rispetto a quello che si definisce «interesse nazionale»
Obiettivo su cui il capo dello Stato non intende transigere. La sfida più grossa è questa.
Ci piacciano o meno le regole che reggono l’Ue, almeno fino a quando non la si riformerà, cosa ormai vicina, dato il voto continentale del 2019. Pertanto è probabile che il presidente, mentre esorterà i potenziali «soci» (chiunque alla fine siano) di un’auspicabile maggioranza a individuare una strada percorribile per rendere realizzabili le promesse della campagna elettorale, segnalerà il bisogno di un compromesso tra politica ed economia. Questione urgente. Basta riflettere sugli ultimi dati Istat, che rivedono in peggio i conti italiani del 2017, riducendo i margini di manovra del futuro governo".

5. Eppure, eppure, i parametri dell'eurozona, e in generale lo spirito cooperativo che dovrebbe contraddistinguere i rapporti economici tra gli Stati membri, perlomeno in termini di "fedeltà ai trattati", non paiono essere rispettati proprio dalla Germania
Qualcosa che avevamo evidenziato più volte, sia in relazione alla del tutto mancata "cooperazione reflattiva", sia in relazione alla tradizione mercantilista, che risale a un irrinunciabile atteggiamento ostilmente competitivo, e esplicitamente antisolidale (come ricostruito da Halevi), accentuato e non certo attenuato dai meccanismi della moneta unica. Che costituisce sì un "punto di riferimento", ma solo per una costruzione europea dedita alla compressione della domanda interna, mediante politiche fiscali antisociali (cioè che devono comprimere occupazione, salari e welfare), che la Germania impone da una posizione di vantaggio commerciale ottenuta in violazione delle stesse previsioni dei trattati!

6. E, infatti, persino Macron (!), cogliendo questo colossale aspetto disfunzionale dell'unione monetaria, lo ha fatto presente alla Merkel, proprio negli stessi giorni in cui Mattarella è apparso ignorarlo nella definizione de "l'interesse nazionale" in base a obblighi di fedetlà ai trattati ritenti incombenti solo sull'Italia:
La Germania non deve avere "il feticcio del surplus di bilancio e di quello commerciale", perché ciò "va a spese degli altri". La bacchettata arriva dal presidente francese, Emmanuel Macron, ad Aquigrana assieme ad Angela Merkel per un vertice trilaterale con l'Ucraina. Dopo aver spronato i francesi ad essere pronti "anche a spendere meno soldi pubblici", ha esortato "analogamente" i tedeschi, a superare i loro tabù
7. Per illuminare il concetto di "interesse nazionale" in base alla natura e al modo di intendere i trattati, senza doversi unilateralmente piegare alla prevedibilità dell'atteggiamento tedesco, in realtà, oltre alla "interpretazione autentica" di Prodi - che parlava della "morsa deflattiva in cui la Germania avvinghia l''Europa" (1990) fin dai tempi dello SME; (qui, p.5, infine) -, ci sarebbe anche la libera opinione espressa da Padoan già nel 1986 (sempre in "era" SME), riportata nell'ultimo libro di Cesaratto:


8. Dunque, pensare di attenersi ai parametri fiscali dell'eurozona, ignorando il surplus delle partite correnti della Germania, e l'atteggiamento anticooperativo tedesco ad esso strumentale, non rende un buon servizio alla stessa vitalità della costruzione €uropea
Anche supponendo che i risultati elettorali avessero premiato chi a tali parametri ha cercato di adeguarsi negli ultimi 25 anni, lo stesso Padoan, conscio che la "flessibilità" prevista dalla Commissione, quanto al rispetto del fiscal compact, è ormai irrevocabilmente esaurita (qui: pp. 2-5), avrebbe proposto un atteggiamento che risulta da questa dichiarazione (siamo al 31 ottobre 2017):
"Il giudizio del governo è che l'Italia sta ancora affrontando condizioni cicliche difficili, anche se in miglioramento". Lo scrive il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan nella lettera in risposta alla Ue. L'output gap stimato da Roma è al -2,1% del prodotto potenziale nel 2017 e a -1,2% nel 2018, mentre la Commissione nelle previsioni di primavera indica rispettivamente -0,8% e 0. Nella lettera Padoan ricorda che la Ue ha riconosciuto l'attuale metodo di calcolo dell'output gap può generare "stime implausibili per l'Italia".

9. Certo, ma poi il Country Report 2018 della Commissione per l'Italia, continua a considerare colmato l'output gap e ad invitare a rispettare la "regola del debito" (che è un rapporto col PIL) ignorando gli effettivi moltiplicatori fiscali. E quindi fingendo che l'ulteriore austerità fiscale non conduca a una depressione del PIL, cioè a un ulteriore allargamento dell'output gap. Se non addirittura a rasentare una nuova recessione, se i parametri fiscali fossero applicati rigidamente e acriticamente, come vorrebbero i tedeschi.
La disputa sulla stima dell'output gap va avanti almeno dal Def dello scorso anno (qui, pp. 15-18); ed è una disputa a cui anche un governo di sicura fede €urozonista non avrebbe potuto sottrarsi...
Nell'interesse nazionale: che, consiste, quantomeno, nell'avere la coscienza informata che i trattati e l'unione monetaria sono sia insostenibili che irriformabili
E non nell'ignorare ostinatamente questa realtà, mentre la povertà e la precarietà del lavoro dilagano in una società prostrata da inutili sofferenze.

10. L'interesse nazionale non coincide con l'interesse tedesco, accentuato dall'attuale assetto monetario dei trattati e dalla costante e mai sanzionata (e neppure seriamente sanzionabile) loro violazione della regola del surplus commerciale (qui, p.5)...
Qualunque siano la maggioranza e il programma di un futuro governo italiano.
Persino Macron è consapevole di questo problema.
E sarebbe il caso di prenderne atto e non ignorarne l'importanza per il benessere e la crescita del popolo italiano.

venerdì 18 maggio 2018

I CENTRI DI IRRADIAZIONE? IRRADIANO. IL CONTRATTO DI GOVERNO E IL TRUMAN SHOW A "LA LE BON"


1. Come detto anche nel post di ieri (p.1), proseguo in una personale propensione a non commentare nei suoi contenuti il "contratto di governo", pur reso accessibile nella sua forma definitiva; e ciò in quanto lo stesso è astretto da "limiti tattici" senza precedenti nella storia della Repubblica
Un'operazione ermeneutica è dunque resa difficoltosa dalla impossibilità di conoscere dati essenziali, - sulla libera disponibilità dei rispettivi interessi sostanziali da parte dei contraenti-, che risultano estremamente rilevanti sul piano interpretativo.
Se la segnalata debolezza strutturale, già in fase genetica  - che è poi una debolezza politico-metodologica, probabilmente inevitabile -, si rivelerà o meno problematica per la funzionalità del governo, lo potremo in seguito constatare, ma anche giustificare, in considerazione, appunto, della fase storica che stiamo vivendo.

2. Questa fase trova il suo tangibile punto di emersione, ma non certo il suo compimento, nell'evidenza del risultato delle elezioni del 5 marzo e può essere così sintetizzata:
"...l'evidenza dei segnali lanciati dall'elettorato è tale che nuove elezioni a breve potrebbero risolvere la situazione di stallo attuale, anche senza che sia mutata l'attuale legge elettorale: ciò in quanto, il processo di reindirizzo largamente maggioritario delle preferenze di voto del popolo italiano è, manifestamente, un processo che si sta compiendo e sul quale lo Spirito democratico che dovrebbe caratterizzare le istituzioni costituzionali di garanzia non avrebbe ragione di interferire. 
Trattandosi di un'imponente trasformazione in atto, essa non può che essere compresa e favorita come un'espressione della coscienza popolare verso il pieno recupero della sua prerogativa sovrana di contribuire all'indirizzo politico democratico. E va compresa e favorita anche nei tempi, non necessariamente brevi, in cui essa si possa manifestare...
...questioni come le "clausole di salvaguardia" sono, appunto, automatismi la cui priorità, considerata correttamente nel suo significato politico-economico, non solo non è più attuale e "tecnicamente" attendibile, ma addirittura deve essere l'oggetto di una rimeditazione che costituisce una scelta politica fondamentale e che dà senso (molto) attuale al libero processo elettorale e alle forze politiche divenute più rappresentative; soprattutto perché la trasformazione in atto va compresa, con ragionevolezza e senso della realtà, proprio per il disagio sociale crescente, e presto incontenibile, che proprio tali automatismi hanno provocato".

3. Ma vorrei portare l'attenzione, piuttosto, sulla dimensione degli ostacoli che, invece, vengono sollevati e che spiegano i "limiti tattici senza precedenti nella storia della Repubblica", poiché ci  forniscono l'urgente concretizzazione di quanto la democrazia sia in pericolo, almeno con riguardo alla coessenziale funzione del suffragio universale.
L'evolversi delle pressioni mediatiche e istituzionali contrarie al formarsi di una maggioranza di governo in condizioni fisiologiche secundum constitutionem, e quindi nell'ambito di una libera dialettica limitata al solo confronto (non coartato da limiti giuridicamente praeter constitutionem) tra le due forze "contraenti", conferma come la sovranità popolare, quella in cui l'indirizzo politico rifletta la libera espressione del voto e la conseguente pienezza del mandato democratico delle forze politiche, non può coesistere con la sovranità dei "mercati". 
Sempre tenendo conto del principio per cui "sovrano è colui che ha il potere di dichiarare lo stato di eccezione". 

4. E, per l'appunto, le pressioni che vengono oggi esercitate per alterare la fisiologia costituzionale della formazione di un governo non gradito al "sovrano", o meglio all'antisovrano, costituito dai privati timocrati che controllano i "mercati", consiste nella non celata minaccia di una serie pressocché infinita di ben noti stati di eccezione. Ripetute, tali minacce, in stereofonico coordinamento domestico-internazionalista.
Ed a queste minacce conseguono toni, affermazioni e linguaggi a dir poco estremizzati, in una colossale tentativo di corroborare, a favore dell'antisovrano, la profezia apocalittica di cui Monti è stato il più potente messaggero, instauratore di una nuova era che si pretende irreversibile.

5. L'uso spregiudicato di iperboli e di aggressività verbale raggiunge risultati che, in condizioni di normali capacità critiche da parte dei media italiani, dovrebbero essere ridicolizzati o almeno destare "perplessità", anziché essere seriosamente "irradiati":

E non che le irpeboli vaticinanti provengano solo da tedeschi dalla smisurata capacità di "rimozione" (quantomeno del buon gusto) e media anglosassoni. La produzione autoctona tiene "brillantemente" il passo, debordando a sua volta in una certa criptica apoditticità:

6. Talora, episodi di transitoria, e scontatamente ideologica, volatilità del mercato assumono i contorni di una sfrenata mancanza di senso delle proporzioni:

E su nulla ci viene risparmiata la reiterazione ossessiva dei semplici e virili concetti che fondano l'etica della durezza del vivere:
7. Ci piace perciò rammentare, se mai (in un mondo ideale della ragion democratica) potesse risultare utile, quali siano i capisaldi del tradizionale liberalismo, attualizzato nelle teorie economiche neo-classiche oggi rivisitate in chiave €uro-mercatista, con riguardo al ruolo dei parlamenti, del suffragio popolare e della relativa pretesa (assurda) di sovranità. Ci rifacciamo a Gustave Le Bon (p.1.7, d), la cui matrice è un sempreverde che si può indossare in tutte le stagioni (più tristi per la democrazia pluriclasse):
"Come la tradizione liberale, ai cui rappresentanti (Tocqueville, Macaulay, Spencer) fa spesso riferimento, Le Bon mette in connessione l’estensione del suffragio e il diffondersi delle idee socialiste che, violando le “leggi economiche”, pretendono di “regolare le condizioni dell’impiego e del salario”, diffondendo la “fiducia superstiziosa nello Stato provvidenziale” e l’attesa della soluzione di una presunta questione sociale mercé l’intervento legislativo nei rapporti di proprietà. Tutto ciò ha già avuto e può ancora avere effetti rovinosi: “le fantasie di sovranità popolare ci costeranno di sicura ancora più care (Le Bon, 1980, pp. 34, 125 e 224)"
"Nella denuncia di questa «pericolosa chimera» che ha preso piede a partire dalla rivoluzione francese e di cui «invano filosofi e storici hanno tentato di dimostrare l'assurdità» (Le Bon, 1980, pp. 117 sg.), lo psicologo delle folle è d'accordo con Tocqueville (cfr. supra, cap. i, § 2), da lui più volte citato. Solo che ben diversamente si configura il rimedio suggerito, il quale ora è da ricercare non nel sistema elettorale di secondo grado o in qualche altro accorgimento per limitare o contenere il suffragio universale diretto.
Quest'ultimo dev'essere, al contrario, portato a compimento perché il capo, senza essere ostacolato da barriere e diaframmi, possa agire sulle masse ricorrendo a strumenti di persuasione che vengono così descritti: 
L'affermazione pura e semplice, svincolata da ogni ragionamento e da ogni prova, costituisce un mezzo sicuro per far penetrare un'idea nello spirito delle folle. 

Quanto più l'affermazione è concisa, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorità. I testi sacri e i codici d'ogni tempo hanno sempre proceduto per affermazioni. Gli uomini di Stato chiamati a difendere una causa politica qualsiasi, gli industriali che difendono i prodotti con la pubblicità conoscono il valore dell’affermazione. Tuttavia quest’ultima acquista una reale influenza soltanto se viene ripetuta di continuo, il più possibile e sempre negli stessi termini.  

Napoleone diceva che esiste una sola figura retorica seria, la ripetizione. Ciò che si afferma finisce, grazie alla ripetizione, col penetrare nelle menti al punto da essere accettato come verità dimostrata”.

8. Detto questo capirete bene perché il contesto in cui ci troviamo, induce a porre l'attenzione non tanto sul contenuto del "contratto di governo" (che, conoscendo i principi generali del diritto e la cultura tedeschi, avrebbe potuto con più esattezza e misura essere denominato "Convenzione"), quanto sull'esigenza vitale di preservare la prosecuzione del difficile processo di reindirizzo del consenso elettorale; un fenomeno che, se non verrà traumaticamente arrestato da "forze esterne, che stiano al di sopra del popolo e al di fuori dello Stato", come ammoniva Calamandrei, dimostra come il disagio sociale è meglio, molto meglio, che si esprima nel suffragio universale e nella composizione democratica del parlamento, piuttosto che nella sua negazione e nell'insistenza a colpevolizzare un popolo solo perché crede di poter esercitare la sovranità che gli riconosce la sua Costituzione. 

giovedì 17 maggio 2018

NON SOLO IN ITALIA: LA FEDE, LA RAGIONE, LA RESPONSABILITA' VERSO LA NAZIONE (ART. 54 COST.)


La « France en Marche « c’était le régime du travail sous Vichy, ressuscitée avec Macron
1. Risparmierò ogni commento relativo ai contenuti specifici della bozza di "contratto di governo" che, in varie forme via via aggiornate, continua a circolare: sarebbe allo stato prematuro. E, in ogni modo, i problemi strutturali di debolezza di un potenziale governo che si formerebbe su questa base metodologica li abbiamo già segnalati.
Una sparizione che non va tanto imputata alla bozza, perché questa è comunque astretta da limiti "tattici" a dir poco senza precedenti nella storia democratica della Repubblica; vale a dire, essa si inserisce in un percorso a ostacoli, polarizzabile tra una granitica opposizione istituzionale e mediatica, interna, all'idea stessa che possa aversi un governo non euro-acritico (curiosa pretesa che contrasta persino quanto affermato, in vari modi dagli ultimi governi) e il connesso appello allo straniero (invano segnalato da Caffè), concretizzato da spread e ammonizioni preventive delle istituzioni €uropee.

2. Il tema di fondo "sparito", sulla base dell'argomentazione "nessuno può farcela da solo" (a fare cosa? A raggiungere la crescita stabile e la piena occupazione? A svolgere relazioni internazionali pacifiche sul piano geo-politico e militare, nonché convenientemente gestite su quello commerciale?), indica un approccio TINA alla sovranità di qualsiasi paese; se questa recisa affermazione fosse vera, infatti, chi fosse fuori dall'eurozona (dai paesi appartenenti all'Ue a quelli, per limitarci alla sfera occidentale, che neppure ne fanno parte), dovrebbe essere in crisi economica, industriale e commerciale, sociale e, ovviamente, in conseguente crisi politico-istituzionale
Basta scorgere una qualsiasi tabella riassuntiva dell'andamento della crescita e dell'occupazione degli ultimi dieci anni nelle principali aree economico-politiche del mondo per rendersi conto che è vero l'opposto: è l'eurozona che, ben al di là di quello che può essere definito come ciclo economico mondiale, cresce meno e registra tassi complessivi di disoccupazione e sottooccupazione senza precedenti nella storia dei paesi che gli appartengono, poiché rimane prigioniera delle sue differenze economico-strutturali interne, tentando di risolverle - e invece aggravandole- nella convergenza verso il modello mercantilista tedesco

3. Ciò che rende l'eurozona non solo "ostile", in termini politico-economici, al resto del mondo (poiché una crescita fondata sulla permanenza strutturata del surplus della partite correnti con l'estero, tra l'altro fortemente asimmetrica all'interno della stessa eurozona, "vincola" occupazione e crescita negli altri paesi) ma anche estremamente vulnerabile agli shock esterni che, per via di reazione politica dei più potenti partners commerciali, o per via di gravi crisi finanziarie che colpiscano comunque tali aree, facciano venir meno quella domanda estera, - cioè quella parte di reddito speso che altrimenti sarebbe corrispondente alla produzione industriale e all'occupazione dei paesi partner e in situazione di deficit commerciale verso l'€uropa. 
Ora, qualsiasi soluzione abbia la nostra crisi politica post-elettorale (cioè anche fingendo che non sia il riflesso delle politiche imposte dall'appartenenza all'eurozona con tutti i suoi irrisolvibili, quanto intenzionalmente istituzionalizzati, problemi strutturali), questo ordine di problemi permangono e occorrerebbe cercare di risolverli.

4. E la soluzione di questi problemi, sempre più ampi e inevitabili, potrà essere di tipo fideistico, cioè insistendo, senza alcuna capacità, o volontà, di ripensamento, su questo aggressivo modello commercial-mercantilistico e oltretutto chiudendo gli occhi sui costi sociali, oltre che economici, che questo modello porta nei sistemi politici di tutti gli Stati appartenenti all'eurozona, - di certo non solo in Italia!-, oppure potrà essere...razionale. 
Il che vorrebbe dire: non abbarbicandosi sulle convenienze della ristretta elites di oligopoli finanziarizzati che, nei vari paesi-membri, sfruttano una narrazione incessante, alimentata dai media in loro controllo, per perpetuare e massimizzare irresponsabilmente le rendite di cui hanno finora fruito.

5. I rumori della contesa politica e degli scontri istituzionali italiani, sollevano attualmente un polverone che, appunto, tale sistema di controllo mediatico ha sì un interesse "di primaria importanza", come segnalava Kalecky ad accentuare, ma che, al tempo stesso, prefigura una corsa irresponsabile verso un drammatico redde rationem a livello "globale" che le nostre istituzioni non dovrebbero ignorare; quanto, invece, cercare di comprendere, come parte dei doveri di fedeltà all'interesse esclusivo della Nazione sancito dalla nostra Costituzione, e anticipare responsabilmente.

martedì 15 maggio 2018

UNA SITUAZIONE COMPLESSA. E STRUTTURALMENTE DEBOLE


1. https://www.huffingtonpost.it/2018/05/14/salvini-torna-a-dubitare-il-leader-della-lega-mette-in-conto-il-fallimento-del-dialogo-con-di-maio-e-cerca-lexit-strategy_a_23434481/?utm_hp_ref=it-homepage
"Il governo nasce per fare le cose: o si comincia o ci salutiamo". E ci sono soprattutto quei "vincoli esterni", cioè vincoli europei, che Salvini cita con forza parlando alle telecamere col volto scuro, dopo l'incontro con il presidente della Repubblica. "O si ridiscutono i vincoli oppure è un libro dei sogni: il governo parte se può fare le cose – dice il leader leghista – sennò non cominciamo nemmeno...". La richiesta a Mattarella è di avere altro tempo per consultare la base ai gazebo nel weekend prossimo: per dividere la responsabilità di un governo che comincia a presentare troppi rischi.
Analisi coerente con la situazione politico-istituzionale e logicamente ineccepibile.

2. Ma in ogni modo dimostrativa del fatto che, secondo l'evidente schema delineato dalla nostra Costituzione (art.92, comma 2, Cost., integrato dalla "prassi" della storia repubblicana) e, prima ancora, dai meccanismi istituzionali propri di tutte le forme di governo parlamentari, il presupposto per la formazione del governo, specialmente allorché debba derivare da un accordo che coalizzi forze parlamentari differenziate, è l'individuazione di un premier incaricato
In sostanza, la determinazione della persona che rivesta tale ruolo, sulla base di un  consenso maggioritario (in parlamento) già rilevabile da una convergenza su obiettivi essenziali e caratterizzanti, - e che dunque sia legittimata di fronte all'elettorato- precede la fase di messa a punto di un programma comune,  (certamente auspicabile se precisato nelle sue linee fondamentali) e, più che altro, quella di determinazione della compagine ministeriale.
3. Per quest'ultimo fondamentale profilo, comunque esplicitato (e non a caso) dall'art.92 Cost., l'elemento del potere di scelta del presidente incaricato è ineliminabile, come preparazione anticipatoria di quel potere direttivo e di coordinamento che caratterizza funzionalmente la figura del Presidente del Consiglio (art.95 Cost.).
Ma anche sul piano programmatico, che sviluppa la già manifestata convergenza sugli obiettivi essenziali condivisi, il suo ruolo connaturale, proprio nella fase del negoziato per formare il governo, è quello di dare ordine alle indicazioni delle forze politiche che compongono la potenziale maggioranza, coordinandone il confronto.
4. E' evidente che, in assenza di questo ruolo propulsivo e ordinativo degli stessi lavori di stesura di un programma, la generica convergenza iniziale è altrimenti destinata al rischio di una stasi dai tempi indefiniti, in quanto determinata dalla fluidità di negoziati condotti da forze che si muovono come centri di interessi reciprocamente autonomi, e che quindi si pongono in rapporto tra loro su linee parallele e non aventi un baricentro comune.
In altri termini, secondo un elementare principio organizzativo che vale anche (e soprattutto) in una fase "informale", si pone l'esigenza di un punto fermo già comune e concordato che sia responsabile, verso le forze parlamentari e verso lo stesso elettorato, della indispensabile fase genetica autoorganizzativa del consiglio dei ministri.

5. Beninteso, questa serie di considerazioni valgono per il caso, costituzionalmente fisiologico, che il premier incaricato sia una figura politica, cioè un leader di partito coerente con la volontà popolare emersa dai risultati elettorali, e che possa perciò invocare una sua diretta rappresentatività, democratica e trasparente, degli obiettivi essenziali condivisi che sono la ragione stessa della formazione di quel nucleo di maggioranza parlamentare che ne giustifica la designazione.
Un negoziato per la formazione di un governo in assenza di un premier incaricato e che, con tutti i problemi sopra segnalati, si ponga come obiettivo (ancora non condiviso!) la designazione a posteriori dello stesso "incaricato" (o, nelle circostanze, sarebbe meglio dire "incaricabile") è logicamente e costituzionalmente atipico. E strutturalmente indebolito: il che rischia di portare alla formazione di un governo altrettanto debole.