lunedì 11 dicembre 2017

70 ANNI DI COSTITUZIONE DEMOCRATICA: DA CALAMANDREI AL JACQUATTALISMO (com'è potuto succedere?)




1. Vorrei, con questo post, iniziare a porre l'attenzione su un'importante scadenza, - o meglio. ricorrenza-, che, dal 1° gennaio del 2018, riguarderà tutti i cittadini italiani: i 70 anni della Costituzione ("del lavoro": ma tale soltanto per quelli che "ci credono").
Vedremo, poi, come questa ricorrenza possa costituire, in termini dialetticamente opposti, o l'occasione per una celebrazione della vitalità e della straordinaria attualità della democrazia costituzionale in quanto "necessaria"; ovvero, e più probabilmente, per una sorta di commemorazione di un "caro estinto", che si considera tanto illustre e degno di lode, quanto irreversibilmente abrogato da "eventi sopravvenuti"; e questo, secondo il metodo ermeneutico paradossale, per cui si constata l'abrogazione tacita di una norma in base all'accertamento dell'illecito consistente nella sua violazione, (rifiutandosi di applicare la sanzione legalmente prevista in base alla mera considerazione di "rapporti di forza" basati su una normatività extratestuale alla stessa Costituzione).   
Chi scrive, e più ampiamente, chi collabora attivamente a questo blog, si sta naturalmente organizzando per un'adeguata celebrazione scientifica, cioè giuridico-costituzionale e economico-istituzionale, di un anniversario dei 70 anni che rammenti "la vitalità e la straordinaria attualità della democrazia costituzionale", proprio come soluzione alla interminabile crisi italiana.
Presto vi faremo sapere il primo degli appuntamenti al riguardo, che sarà, con ogni probabilità, il 19 gennaio 2018.

2. Chi segue questo blog, e proprio per ciò è particolarmente cosciente del problema della legalità costituzionale infranta, rammenterà anche che, in questi giorni, è pure passato il primo anniversario del referendum che quella Costituzione democratica intendeva profondamente modificare in nome dell'€uropa.
Il nostro pensiero, che abbiamo più e più volte espresso, è che la vittoria del no non possa aver segnato una "pietra miliare" a favore del ripristino della legalità costituzionale. 
Chi ha voluto il no, in effetti, può, nella stragrande maggioranza, essere suddiviso tra coloro che della Costituzione volevano una riforma ancora più alterante il suo orginario modello socio-economico (imperniato sulla risoluzione del conflitto distributivo tra capitale e lavoro, ponendosi, una volta tanto nella Storia, dalla parte dei più deboli) e coloro che hanno rivendicato un costituzionalismo astratto e scollato dalla lettera e dalla sistematica della Carta del 1948 (proponendo poi, infatti, un indirizzo politico completamente in contraddizione con essa).

3. L'inganno principale è che si assuma la Costituzione come un sistema tra tanti ("possibili" e mai riscontrati nella Storia delle isittuzioni del mondo civile e democratico) per la risoluzione del conflitto sociale, ovvero, simmetricamente, che, - pur riconoscendosi che il livello dello Stato-nazione sia l'unico che, in pratica, può garantire i diritti fondamentali dei cittadini senza degradarli illimitatamente in funzione del dominio dei mercati (e dei continui "stati di eccezione" che essi sono predisposti a generare come autoaffermazione della propria sovranità de facto)-, si tenti di riaffermare la versione "nazionale" della "democrazia liberale" (cioè un "altro" governo dei mercati ma che si suppone esercitabile dal lato dell'offerta nazionale).

4. La sintesi probabilmente più potente e suggestiva che funge da "frame" per affermare entrambe queste tendenze ci pare riassumibile nel c.d. jacquattalismo (qui, p.7), vocabolo dovuto alla felice definizione di Lordon, più volte citata in connessione col trilemma di Rodrik, e così riassuntaci dalla segnalazione di Arturo 8 aprile 2015:
"...questo articolo di Lordon, smonta il jacquattalismo, ossia l'idea "di sinistra" che "per risolvere i problemi della mondializzazione, sia sufficiente attendere la mondializzazione delle soluzioni" ("pour résoudre les problèmes de la mondialisation, il suffit d’attendre la mondialisation des solutions"), cioè l'idea che si debba "attendere armi al piede la sincronizzazione planetaria di tutte le rivolte prima di considerare qualsiasi cosa" (ossia qualsiasi azione politica operativa: "attendre l’arme au pied la synchronisation planétaire de toutes les révoltes avant d’envisager quoi que ce soit"). Ha anche ragione, Lordon, a sostenere che l'attrattiva di questa assurdità stia nella somiglianza col mito della rivoluzione mondiale (contrapposto al "socialismo in un solo paese"). 
5. Risultato pratico di questa abilissima versione "di sinistra", creata affinché l'internazionalismo capitalista possa conservarsi (cosmeticamente) come modo di essere socialista, essendo però in una situazione di attesa "armi al piede", fino alla "sincronizzazione", è sedare le masse dei lavoratori colpiti dal livello crescente di precarizzazione e disoccupazione nell'attesa di un "evento" catalitico che, per definizione, non verrà mai, e quindi, agendo, durante l'attesa, solidamente a favore del capitale (naturalmente legato dal suo essere net-work internazionale). 
La risibilità contraddittoria di questa versione, era stata già confutata da Rodrik. La rinascita dell'indispensabile azione dello Stato-nazione, era stata da lui accertata (nel 2012) proprio come conseguenza operativa inevitabile della crisi finanziaria: l'internazionalismo €uropeo, poi, precisa Rodrik, si è risolto in sostanza in politiche fortemente contraddistinte dal perseguimento dell'interesse nazionale della Germania. In quanto "paese più forte" nella logica neo-liberista dei trattati liberoscambisti: in testa ai quali, quanto a stato di avanzamento, i trattati €uropei.

6. Quest'ultima elementare rivincita della realtà che si riconnette alle, pur scarne, possibilità di tutela delle comunità sociali dall'erosione democratica arrecata dal totalitarismo autoritario dei mercati, ci riporta alla Costituzione del 1948 e alla consapevolezza, esattamente di questi problemi, che avevano i Costituenti.
Ed infatti che, da sempre, nella storia economica, l'internazionalismo si risolva in  null'altro che nell'affermare l'interesse nazionale del più forte a scapito dell'interesse nazionale dei più deboli (id est delle loro classi lavoratrici), lo aveva già avvertito Calamandrei, in un libro in cui, fin dal titolo, aveva disperatamente cercato di confutare uno dei presupposti più suggestivi del malinteso internazionalismo post-moderno "de sinistra" sinergica col capitalismo sovranazionalizzato: 
Noi popolo-nazione di lavoratori, come ben aveva (pre)detto anche Lenin (qui, p.7); e, se per questo, come avevani anche spiegato i socialisti USA (prima che gli "internazionalisti-pacifisti" dei mercati no-limits, li distruggessero con un singolare apparato poliziesco-repressivo "liberale") come abbiamo visto più ampiamente nel  post INTERNAZIONALISMO, COSCIENZA NAZIONALE E TUTELA DEL LAVORO.

7. Ma poiché di Calamandrei tutto si può dire fuorché che fosse un socialista e un marxista, e che avesse inclinazioni antidemocratiche al "collettivismo", risulta particolarmente importante la sua analisi riguardo alla democrazia costituzionale nelle relazioni con qualunque "superamento" nell'internazionalismo. La riportiamo percò come riportataci da Francesco Maimone, 7 aprile 2016:
"rileggere Calamandrei a distanza di quasi 70 anni fa impressione per la chiarezza di pensiero e per la sua limpida preveggenza. In un intervento pubblicato su "Il Ponte" nel giugno del '50, titolato Repubblica pontificia, Calamandrei affermava:
" (...) In questo desiderio di verità e di chiarezza che porta non solo i politici, ma anche i giuristi non schiavi della lettera, a ricercare qual è oggi, non tanto sui testi stampati quanto nella realtà viva, l'ordinamento costituzionale che regge l'Italia, due indagini preliminari sono lecite: la Repubblica italiana è veramente una Repubblica democratica?
E l'Italia è veramente uno stato indipendente e sovrano? 
Intendiamo per repubblica democratica quella nella quale tutti i cittadini concorrono in misura giuridicamente uguale alla formazione della volontà dello Stato che si manifesta nelle leggi e in cui in misura giuridicamente uguale tutti i cittadini partecipano ai diritti e ai doveri che dalle leggi derivano  (...). 
D'altra parte, per aversi uno Stato sovrano ed indipendente è necessario che alla formazione della sua volontà concorrano soltanto, attraverso i congegni costituzionali a ciò preposti, le forze politiche interne: Stato democratico sovrano è quello le cui determinazioni dipendono soltanto dalla volontà collettiva del suo popolo, espressa in modo democratico, e non dalla volontà o da forze esterne, che stiano al di sopra del popolo e al di fuori dello Stato. (...) 
Le forme di limitazione di sovranità conosciute e classificate dai giuristi non sono tutte le limitazioni che operano di fatto nella vita degli Stati: non soltanto perché nelle relazioni tra Stati (come nelle relazioni tra individui) si fanno sentire di fatto preminenze di ordine economico e militare, per le quali gli Stati economicamente più deboli debbono rassegnarsi a essere meno indipendenti di quelli economicamente più forti; ma anche perché i canali di penetrazione attraverso i quali le imposizioni riescono a infiltrarsi nell'interno di un ordinamento costituzionale apparentemente sovrano possono essere molto più complicati e molto meno classificabili di quelli previsti negli schemi dei giuristi. 
Sicchè può avvenire che in uno Stato che si afferma indipendente gli organi che lo governano si trovino senza accorgersene, in virtù di questi segreti canali di permeazione, a esprimere non la volontà del proprio popolo, ma una volontà che vien dettata dall'esterno e di fronte alla quale il popolo cosiddetto sovrano si trova in realtà in condizione di sudditanza (...)" (Lo Stato siamo noi, 33-36). 
E pensare che eravamo pure stati avvertiti..."

sabato 9 dicembre 2017

IL COMMA 22 DI SCHULZ: IL CANONE INVERSO DELLA GERMANEXIT?


https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/budgetary-instruments-euro-area_en.pdf

1. Leggendo le indicazioni della Commissione sulla road-map per la grande riforma dell'Ue, non ci avete capito nulla? Normale. Nessuno potrebbe. Basta però sapere che quando parlano di "structural reform support" intendono meccanismi AUTOMATICI  di enforcement sulle leggi e sui bilanci dei singoli Stati
Cioè la Trojka (ridenominata e cosmetizzata) come metodo generale programmatico di interazione autoritativa, dall'alto, sugli Stati.
Questo recentissimo tweet di Martin Schulz, però, introduce degli elementi ulteriori sull'ipotetica procedura di questa complessa manovra:
"Una convenzione (ndr; intesa come organo collegiale in cui i rappresentanti-negoziatori dei singoli Stati compiono il lavoro preparatorio nella contestualità dell'espressione della volontà statuale in compresenza e nel dialogo di tutti i negoziatori) redigerà questo trattato in stretta cooperazione con la società civile e il popolo. Il suo risultato sarà poi sottoposto a tutti gli Stati-membri. Qualunque Stato che non ratificherà il trattato lascerà automaticamente l'Ue".
2. Se andate a leggere le risposte degli utenti twitter, piuttosto "critici" (eufemismo), oltre a misurare l'impopolarità dell'€uropa a trazione tedesca presso i cittadini di tutta l'Ue, potreste intendere questa uscita di Schulz come qualcosa di simile alla pregressa posizione di Schauble sulla Gr€xit decisa d'imperio dalla Germania: una posizione che si rivelava essere, nel quadro giuridico dei trattati (non unilateralmente modificabili dalla Germania), un vero e proprio boomerang per la Germania e per la stessa guidance USA della moneta unica.

2.1. La presunta "minaccia" di Schulz, propone una situazione simile: poiché, infatti, pare implicare una curiosa combinazione di fonti (quelle indicate nella proposal della Commissione più la Convenzione), che darebbero vita ad un trattato riformato, si avrebbe questa curiosa situazione:
2a) a quanto pare la riforma, a seguito della deliberazione della Commissione, prenderebbe la forma iniziale di una direttiva del Consiglio, almeno per l'incorporazione del fiscal compact, e si eviterebbe l'unanimità, mentre si avrebbe un regolamento, sempre del Consiglio per la trasformazione dell'ESM in FME e, ma non è chiarissimo, per nuove forme di bilancio dell'eurozona che intervengano in caso di shock asimmetrici (sic) che un singolo euro-membro non sia in grado di gestire a livello nazionale ed integrino anche un fondo backstop per il meccanismo di risoluzione bancaria;
2b) queste variegate e non chiaramente definite fonti, però, disponendo sulla istituzione di nuovi o "novati" organi comunitari finirebbero, più legittimamente, (il condizionale è d'obbligo) per avere il contenuto di una sorta di legge-delega (articolata su più fonti), che predeterminerebbe principi e modus operandi di una convenzione che, ai sensi dell'art.48 del TUE, sarebbe in effetti abilitata a modificare i trattati
Sarebbero fonti a contenuti del tutto atipici, stando alle attuali previsioni dei trattati (che già di per sè devono essere "illeggibili", qui, p.1), ma essendo adottate dal Consiglio a maggioranza qualificata, tale anomalia vedrebbe l'acquiescenza preventiva dei governi: specialmente se, in concreto, l'Italia, per non fare brutta figura in minoranza, vi prestasse adesione e si avesse perciò l'unanimità nella sede consiliare.  
E ipotizziamo questo, in attesa del Consiglio Ue del prossimo 15 dicembre (che forse darà lumi, ma non è detto...), per spiegare i riferimenti alla "Convenzione" fatti da Schulz (su twitter) e alla "unanimità" fatti da Pittella.

3. Tuttavia, quand'anche la direttiva e i regolamenti e quindi, in loro successiva (e meramente ipotizzata) attuazione, la Convenzione, prevedessero che il nuovo trattato implichi l'automatica espulsione degli Stati che non la ratifichino, l'entrata in vigore di questa clausola sarebbe però subordinata alle regole dell'art.48 TUE, per cui occorrerebbe la ratifica di tutti gli Stati-membri conformemente alle loro rispettive norme costituzionali (qui, p.2). 
Dunque, o Schulz non ha le idee chiare sul diritto europeo, pur essendo stato presidente del parlamento Ue e super-€uropeista di lungo corso; oppure sa qualcosa che noi ancora non sappiamo e che ci si aspetta che verrà deliberata dal Consiglio Ue, escogitando qualche misteriosa soluzione.
Intanto, quello che sappiamo è che una disciplina di automatica risoluzione dello status di appartenente all'UE sarebbe inapplicabile proprio a causa della mancata ratifica di uno o più Stati, poiché (proprio a causa di tale mancata ratifica della "riforma") rimarrebbe in vigore il precedente trattato, che non prevede questa clausola espulsiva (allo stato, infatti, l'espulsione di uno Stato-membro equivale a una "revisione" essenziale del trattato e esige...una ratifica di tutti gli Stati membri).

4. Non vale la pena però di dilungarsi troppo su questa sorta di comma 22 (o circolo vizioso) in cui si andrebbe a cacciare la "promessa-minaccia" di Schulz; anzitutto perché l'applicazione delle regole europee è affidata, in caso di controversia, alla Corte di giustizia europea e quest'ultima ha già più volte dimostrato di essere estremamente disinvolta nell'aggiustare le prese di posizione delle istituzioni Ue quando riflettano la volontà politica dominante della Germania (e dunque, un'inezia come la lettera dei trattati applicabili, e quindi la Rule of Law, sarebbe sempre superabile...ad libitum)
Ma non vale la pena di approfondire troppo, in secondo luogo, per un altro motivo, meno evidente ma che, pure, traspare dal tweet di Schulz: se, come abbiamo visto, la Germania tende a subordinare ogni norma del trattato e ogni fonte Ue alla propria sovranità parlamentare (secondo la nota Lissabon Urteil, p.2-3), la minaccia di Schulz vale più come una promessa relativa alle intenzioni della Germania.
E queste intenzioni appaiono così riassumibili: se la convenzione (o comunque il giuridicamente misterioso processo riformatore) non porterà ad un testo gradito alla Germania stessa, quest'ultima "lascerà automaticamente l'Ue" (laddove "automaticamente" può assumere varie forme giuridiche, compreso un recesso ai sensi dell'art.50 TUE, come nel caso della Brexit).

5. Il sottofondo della quasi inestricabile vicenda di progressione autoritaria degli interventi automatici verso le riforme strutturali e la "sostenibilità fiscale" nell'eurozona, potrebbe essere spiegabile, tenendo conto di due fattori: l'evenienza di una nuova crisi finanziaria globale e l'allargamento verso est di una Germania che, dentro l'euro, vede diminuire non tanto le quote di esportazione verso gli €-partners, quanto il loro volume assoluto (data la non più "aggiustabile" caduta di occupazione effettiva e consumi interna all'area valutaria). 
Ed allora, l'inguaribile vocazione mercantilista imporrebbe una limitazione della finanziarizzazione, per puntare a conservare le quote di mercato in un'eurozona de-germanizzata e fiscalmente meno austera, ed anche aiutata dalla svalutazione dell'euro derivante dall'uscita della Germania.
Insomma, si preferirebbe una rivalutazione del marco a un soffocamento progressivo e verrebbe anche scontata un'imminente esplosione della bolla accumulata negli USA. Vale a dire, anche mantenendo, con sempre maggiore difficoltà, l'euro basso nella sua integrità soggettiva attuale, un repentino crollo del mercato USA rischia di far saltare tutto, cioè il sistema industriale tedesco, troppo sbilanciato sull'investimento estero, oltre che i rendimenti sui bond tedeschi che gli servono per pagarsi le pensioni. 
Da qui, come prospettiva di compensazione, da un lato consentire la ripresa di occupazione e domanda (anche estera) nel resto d'europa, uscendo dall'euro, dall'altro, la conquista del mercato in ascesa dei megaspazi eurasiatici. Capire lo status dei contratti di fornitura e appalto in Russia, tra North Stream e ferrovie, fa meglio comprendere quando i tedeschi, sempre più ansiosi di affrancarsi dal sistema Ue delle sanzioni anti-Russia, attualizzerebbero l'allentamento valutario sul resto d'€uropa.