lunedì 22 gennaio 2018

CIO' CHE LO STATO FU E, SI PENSA, POTREBBE ANCORA ESSERE: STRATEGI€ DI OPPRESSION€ & STATOBRUTTO

Quelli sopra riportati sono gli effetti dell'euro alla prova della prima, scontata, crisi esogena (infatti Prodi disse: "Ma un giorno ci sarà una crisi..." e s'è visto).
Quelli sotto rappresentati costituiscono gli effetti del "sostegno" PROCICLICO che lo Stato ha dato alla stremata società italiana per tornare...ai livelli di prodotto anteriori alla crisi (trattasi di evidente eufemismo):

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/dossier/1044880/index.html?part=dossier_dossier1

Ora l'€uropa chiederà all'Italia, dopo le elezioni, dosi massicce di ulteriore austerità. E la maggior parte degli italiani avrà votato per questa soluzione. Senza aver mai capito nulla di quanto è accaduto.


Duccio ci sta dando grandi soddisfazioni :-). 
Ritengo utile, perciò, ai consueti fini di "non dispersione" incorporare in un apposito post questo suo commento. Come leggerete, ha il pregio di riassumere in sintesi fenomenologica ciò che, sul piano storico e politico-economico (e naturalmente, trattandosi di strategie neo-liberiste, tattico-ideologico), abbiamo approfondito sul blog a partire (in special modo) da settembre 2017. 
Lascio a voi di "integrare", con l'eventuale citazione di post che trattano i singoli passaggi (il neretto dovrebbe indirizzare e agevolare la ricerca), un approfondimento che consolidi il suo intervento. Un approfondimento che risulterebbe, prima di tutto, un'arma di sopravvivenza in questi tempi bui-bui (Duccio ha ragione: intentando la vostra "coscienza civile", il tema è affascinante):
Si rischia di finire nella dietrologia, eppure il tema è affascinante.
L'approvazione della Costituzione può essere riferita a una difficilmente ripetibile molteplicità di elementi di debolezza e di strategia in capo ad Essi.
Tra questi, il primo è la gradualità con cui sanno muoversi, quando occorre. 
Come si poteva, negli anni '40, dopo l'esperienza fascista, nel bel mezzo di quella sovietica che tanti attraeva, appena finito il new deal roosveltiano ... insomma come si sarebbe potuto, in un periodo storico in cui l'intervento dello Stato nell'economia era considerato scontato, scrivere una Costituzione liberista? Troppo sarebbe stato lo stridore con il comune sentire.

In secondo luogo, l'Italia era in macerie. C'era la necessità di risollevarla, almeno fino al punto da creare un benessere sufficientemente diffuso da costituire uno stabilizzatore sociale, e questo non lo poteva certo fare il liberismo.

In terzo luogo, come evidenziato dai commenti precedenti di Danilo e Luca, c'era la sicurezza, rivelatasi fondata, di poter 'amministrare' e minimizzare i rischi di un possibile 'socialismo compiuto' ponendo uomini di fiducia ai vertici delle istituzioni, "legando" lo Stato a convenzioni internazionali di segno contrario (CECA/CEE/CE/UE in primis), impedendo una normale alternanza democratica, creando fattori di divisione sociale quali una diffusa corruzione, "rivolte" borghesi (vedi '68), la strategia della tensione etc...

In quarto luogo, un interesse strumentale a un transeunte aumento dei poteri dello Stato e dell'affidamento dei cittadini ad esso
Mi spiego meglio. 
Oggi lo Stato-apparato è un fedele ed efficiente esecutore di normative e indirizzi chiaramente oppressivi e contrari all'interesse generale
Le strade devono essere a pezzi ma l'autovelox deve esserci dietro ogni curva. L'attesa al pronto soccorso dev'essere insostenibile, eppure lo Stato è in grado di liquidare in poche settimane milioni di dichiarazioni redditi e IVA, incrociarne i dati con i pagamenti effettuati, chiedere il pagamento del residuo eventualmente mancante.

La tolleranza per questo stato di cose è favorita da un diffuso ricordo di un "altro" Stato, di ciò che lo Stato fu e - si pensa - potrebbe ancora essere: fornitore di servizi, costruttore di infrastrutture, acquirente di ultima istanza, ripianatore di debiti e dissesti, pagatore di stipendi e pensioni.
Se non si fosse passati da questo stadio, la tolleranza sarebbe molto inferiore, (NdQ: chi rammenta la "rimozione del punto zero" nel paradosso €uropeo?) come lo era nei nostri avi, che, non avendo vissuto l'esperienza di uno Stato "dalla loro parte", senza remore consideravano i detentori del potere (sia pubblico che religioso) alla stregua di delinquenti.

domenica 21 gennaio 2018

PUNTO-NAVE E ROTTA EFFETTIVA: IL MISTERO DI PULCINELLA DELLA DOPPIA VERITA' (NAKED VOTE)


http://slideplayer.it/slide/3675019/12/images/15/3%C2%B0+Unire+i+punti,+determinare+le+Rotte+vere+e+le+distanze+in+Nm.jpg

1. Nell'approssimarsi di queste elezioni, forse decisive o, più probabilmente, momento estremo di una (finora) successful strategia conservativa, facciamo il punto-nave della società italiana, intesa come Stato-comunità, che si muove sulla traiettoria impressa dalle intenzioni della classe dirigente, sempre meno nazionale, che detiene il potere effettivo di governo.
Per definire tale punto-nave occorrono alcuni "punti di posizione", correlati a dei "punti cospicui", la cui esatta stima combinata ci fornisce la rotta effettiva (diversa, in quanto corretta in funzione della traiettoria effettivamente percorsa, rispetto alla rotta teorica, inizialmente dichiarata, e tanto più diversa in quanto la navigazione venga intrapresa trascurando, con negligenza o intenzionalmente, una serie di forze che influiscono fisicamente sul moto o sugli strumenti di sua rilevazione).

2. Appare possibile compiere un'operazione analogica di questo tipo rispetto ad un'intera società nazionale, nel cui interesse esclusivo dovrebbero agire i titolari delle istituzioni, secondo un solenne impegno previsto dalla Costituzione, all'art.54; una Nazione che, a tutt'oggi, risulterebbe ancora "entificata" in quella che un tempo poteva essere chiamata, (senza subire accuse di collettivismo - nazionalismo guerrafondaio - protezionismo- anti€uropeismo e via dicendo), Repubblica democratica fondata sul lavoro.
E spero di non avere dato luogo a notizie scioccanti qualificabili come fakenews.

3. Per definire il punto-nave, quindi abbiamo punti-cospicui e punti di posizione in abbondanza, costituiti da fatti storici noti e univocamente riscontrabili e da interpretazioni e precetti programmatici che li giustificano e li preparano in modo dichiarato.
Sappiamo, ad esempio, che il principale di questi "punti" consiste nell'intenzione restaurativa dell'ordine internazionale del mercato, perseguita attraverso una serie di trattati caratterizzati dal perseguimento dell'interesse economico, privato, del numero ristretto di individui "cosmopoliti" che sono titolari della proprietà e dei poteri gestionali che definiscono, momento per momento, il fenomeno sociologico, transnazionale, denominato "mercato", come ci insegna Galbraith, e che, appunto, tali trattati intendono massimizzare. 
Il più immediatamente vincolante è il trattato istitutivo dell'unione economica e monetaria europea, che, a sua volta, è dichiaratamente volto (nelle dichiarazioni dei suoi sostenitori) a raccogliere la sfida della globalizzazione, anch'essa rigorosamente istituzionalizzata in un insieme coordinato di trattati e di soft law dettato da organizzazioni internazionali.

4. E perché lo sappiamo?
Perché lo affermano solennemente i suoi stessi promotori, all'interno di norme fondamentali e di analisi teoriche comunque interpretative di principi informatori di tali trattati e organizzazioni internazionali.
L'idea-guida, cioè l'obiettivo politico assunto a livello sovranazionale dalle elites cosmpolite che predeterminano, prima ancora dell'azione formale dei negoziatori investiti dai singoli Stati  (operanti quindi, in una fase attuativa che già si colloca "a valle" della predeterminazione di tale obiettivo), è la restaurazione dell'ordine internazionale del mercato, quale definita da Karl Polany (qui, p.4). 
Una restaurazione che, proprio in quanto tale, trova il suo modello istituzionale di riferimento nella "codificazione" compiuta nelle due famose Conferenze di Bruxelles (1920) e Genova (1922).
(Per inciso: i links sono indispensabili per coloro che, non hanno avuto modo di seguire le precedenti analisi).

5. L'ordine internazionale del mercato si incentra su tre "istituzioni" (qui, p.1.2.), intese come fatti normativi, come regole, che caratterizzano sopra ogni altra l'organizzazione strutturale del potere decisionale e gli obiettivi di quest'ultimo (la c.d. governance), nonchè gli strumenti stabili di loro perseguimento:

a) il gold standard o una moneta che, nei suoi effetti socio-politici conformativi, gli equivalga (funzionalità isomorfa), accompagnandosi al suo postulato-corollario della banca centrale indipendente dagli organi rappresentativi dell'indirizzo elettorale democratico, cioè "al riparo dal processo elettorale". Uno strumento istituzionale che, come illustrano Carli e Eichengreen nel post appena linkato, tende irresistibilmente a gerarchizzare la società che l'adotta in un'oligarchia timocratica dominante e in una massa, subalterna, di lavoratori-merce;

a) il free-trade, inteso come apertura normativizzata delle economie al fine di assoggettarle incondizionatamente al principio dei vantaggi comparati (qui, p.2), e quindi ai suoi effetti gerarchizzanti e verticistici rispetto alla pluralità delle comunità nazionali degli Stati coinvolti. Un paradigma pretesamente pacifista (che in realtà non lo è mai stato, né politicamente né militarmente, cfr; pp.7-8), in contrapposizione concettualmente arbitraria al "protezionismo" che, in chiave storico-economico, è un concetto unificabile solo arbitrariamente, in quanto riassuntivo di condizioni politiche e finalità di sviluppo industriale molto diverse tra loro;

c) la flessibilità del mercato del lavoro che, intrecciandosi con le due precedenti "istituzioni" in una situazione di economie istituzionalmente aperte, risulta anch'esso produttiva di gerarchizzazione sia sociale (cioè tra classi sociali interne ad una stessa comunità nazionale) che internazionale (cioè tra Stati, che come possono imporre la propria scelta delle produzioni a più alto valore aggiunto in base ai "vantaggi comparati", così possono anche scegliere di impiegare la manodopera più qualificata, resa flessibile e mobile, attingendola all'interno dell'intera area plurinazionale di libero scambio indipendentemente dalla sua provenienza da un altro Stato-ordinamento in cui tale manodopera si sia formata).

6. E la democrazia, diranno alcuni, in tutto ciò? E la promozione della redistribuzione della ricchezza prodotta e la connessa mobilità sociale?
Non sono in agenda: la rotta effettiva sconta tali fenomeni tatticamente, quanto al punto di partenza, promettendosi aumento del benessere economico e della qualità di vita, e proponendo così un modello di proiezione identificativa delle masse negli interessi delle elites, ma la destinazione è tutt'altra (la censura su questo "punto zero" della rotta e il conseguente "paradosso €uropeo", a onor del vero, pur tra mille difficoltà iniziano ad essere pericolosamente chiari alle masse dei "perdenti della globalizzazione"). 

7. La promessa, liberoscambista e globalizzatrice, di maggior benessere è una nota prospettiva immaginaria (mai verificatasi nella Storia economica, abbiamo visto), mentre il suo fine, la meta d'approdo, è, appunto, quella della restaurazione dell'ordine internazionale del mercato, cioè, per il tramite delle sue istituzioni gerarchizzanti, il dominio di un'elite timocratica. 
Si conferma dunque che l'operazione restauratrice, com'è in fondo evidente sapendo che il suo paradigma è stato codificato (pur tra alterne fortune, tra cui si annovera, se non altro, la crisi del 1929), nel 1920-1922, è pura riproposizione della democrazia liberale, - quella che Gramsci definisce come caratterizzata da una legalità formale che dissimula il dominio ferreo, sul processo elettorale, del capitalismo sfrenato

8. La sua efficacia politica non può dunque avere altro fondamento che l'uso sistematico, e abilmente dissimulato, mediante il notorio controllo culturale, accademico e mediatico, della dottrina della doppia verità, che tra Schmitt, Hayek e paradosso europeista, si compendia anche, e non secondariamente, in una tecnica normativa:
"In effetti, la partecipazione al colpo di stato cileno del 1973 da parte di numerosi membri e affiliati alla Mont Pèlerin Society, di cui von Hayek fu uno dei fondatori, è una delle manifestazioni più note della dottrina neoliberista della doppia verità, secondo la quale ad una élite si insegna la necessità di reprimere la democrazia (concetto proveniente da Carl Schmitt, da von Hayek stesso definito “il giurista della Corona” di Hitler), mentre alle masse si racconta di “smantellare lo stato-balia” ed essere “liberi di scegliere”.  Come spiega Mirowski (p. 445):
Milton Friedman impiega buona parte della propria autobiografia a tentare di giustificare e spiegare le sue azioni; in seguito, anche Hayek fu pesantemente criticato per il suo ruolo.  “Fu soltanto una sfortunata serie di eventi eccezionali”, dissero, “non era colpa nostra”.  Ma Carl Schmitt ha sostenuto che la sovranità è definita come la capacità di determinare le eccezioni alla legge: “Sovrano è chi decide lo stato di emergenza”.  Il dispiegamento della dottrina della doppia verità in Cile ha mostrato che i neoliberisti si erano arrogati la sovranità per loro stessi".
b) la tecnica redazionale dei trattati, la cui riduzione al significato precettivo effettivo è resa intenzionalmente impenetrabile ai destinatari (cioè i trattati sono scritti in modo illeggibile, cioè tale da risultare incomprensibili, come ci ha spiegato Amato, insieme a tanti altri, in una famosa intervista del 12 luglio 2007):
D'altronde, l'adattabilità del liberismo economico in funzione del contesto geostorico ha dimostrato, anche nella storia contemporanea, di usare strumentalmente lo Stato come Leviatano, funzionalmente alla libertà del capitale e al contestuale asservimento del lavoro: dal neoliberismo imposto con la violenza nel Cile di Pinochet, all'ordoliberismo che, insieme alla retorica dell'irenismo kantiano del federalismo, è stato progettato per servirsi di un autoritario Stato burocratizzato volto all'instaurazione di un mercato libero da finalità sociali.[7]
Dato il disgusto morale (o, forse, “estetico”) per le sovrastrutture ideologiche promosse dal nazifascismo, pare che a Friburgo l'élite abbia studiato una soluzione diversa e più correct; ma i fini sono strutturalmente i medesimi: la liberalizzazione dei capitali con ogni mezzo e l'asservimento dei lavoratori.
Le proposizioni nell'ordoliberismo sono usate come fossero complementari – ad es. “libero mercato” e “giustizia sociale”, “stabilità monetaria” e “piena occupazione”[8] – mentre, per motivi strutturali, qualsiasi sovrastruttura giuridica non potrà obbligare gli organi di governo ad eseguire entrambi gli obiettivi, essendo per motivi “tecnici” mutuamente esclusivi. Poiché il capitale è naturalmente più forte del lavoro, la spoliticizzazione del governo delle comunità sociali permette di relativizzare l'ordine giuridico in funzione degli interessi del capitale del Paese dominante.

venerdì 19 gennaio 2018

OVVIAMENTE NE RIPARLEREMO. LO STATO DI ECCEZIONE PERMANENTE DELL'EUROSOVRANO

 

1. Oggi cercheremo di dare il nostro contributo a questo convegno (già annunciato più volte ).
La difficoltà di rendere, nel tempo delimitato a disposizione, l'intera problematica della "attualità della Costituzione nella crisi della globalizzazione", è evidente (forse, "solo") per i lettori del blog. Si tratta infatti di bilanciare e rendere cosciente un disegno di restaurazione che si è accumulato in decenni e decenni di condizionamento mediatico, accademico e culturale. 
Ma il punto che mi pare forse più rilevante riguarda il nostro futuro "a breve termine" e lo ripropongo in quanto (purtroppo) tenderà a divenire sempre più rilevante e ineludibile dopo il 5 marzo e, in modo del tutto prevedibile, nel corso dei mesi successivi (pp. 2-3):

...il paradosso di questi 70 anni sarà, per tutti i cittadini italiani che abbiano ancora la cultura e la sensibilità per farlo, l'esigenza di doversi accingere, proprio adesso, ad una strenua difesa finale - della democrazia sostanziale, della democrazia necessitata del lavoro-, in contrapposizione con astratte "commemorazioni" che, ignorandone ostentamente il vero significato, moltiplicheranno le pressioni per un suo superamento, riprendendo il cammino delle devastanti proposte intese a distruggerne il senso più profondo. 
Il paradosso, dunque, nascerà dal fatto che, adottandosi una tattica comunicativa che tenderà, questa volta, a presentare la disattivazione della Costituzione entro una facciata nominalistica di fede nei suoi valori,  (valori che ci si sta già preoccupando, da lungo tempo, di rivisitare e "adattare"), si troverà il modo cosmetico per celebrare in sordina "le esequie frettolose di una Costituzione ancora viva" e, consentitemi di dirlo, che più che mai "lotta insieme a noi".

Dunque, il fondato timore è che proprio la ricorrenza dei 70 anni dalla nascita della Costituzione, sarà la più ovvia delle occasioni per riattivare il processo di formalizzazione testuale del suo tanto invocato, da decenni, superamento, chiamato "riforma", ma che è in realtà l'abrogazione (dichiaratamente liberale) dei suoi principi non revisionabili in modo provocarne, come diceva Calamandrei, l'automatica distruzione
Un processo che è già in avanzato stato di compimento, in molteplici e illimitate forme de facto, e che attende solo che trascorra un minimo di tempo dal referendum (cioè dall'ultimo, in ordine di tempo, dei fallimenti nella "formalizzazione testuale" dello status quo abrogativo) per coagulare le sue diverse tematiche e istanze particolaristiche, tutte convergenti sulla saldatura in nome dell'€uropa (qui, p.3), di forze politiche variamente propugnatrici o in ogni modo rassegnate alla irreversibilità del vincolo esterno.
2- Questa facile profezia si unisce (o almeno dovrebbe unirsi) alla consapevolezza che il "processo decostituente" troverà la sua fase di accelerazione nella simultanea riaccensione a pieno regime del motore delle riforme dei trattati europei, oggi imperniato su una sola monotematica idea: che è poi quella dell'ital-tacchino da spennare. Probabilmente ciò si compirà come momento di raggiungimento dello scopo sociale dell'Unione europea, preparatorio di una sua tormentata fase di liquidazione; laddove i risparmi e il  patrimonio del popolo italiano recitano il ruolo degli assets di un attivo espropriato dai liquidatori.

2.1. Un motore riacceso comunque, ben al di là delle apparenti difficoltà della formazione di un governo Merkel in Germania, e della alterne fortune delle iniziative riformatrici di Macron: l'accordo fondamentale tra le elites che guidano da sempre il processo, è sempre agevolmente raggiungibile, come già accadde nel periodo post recessione 2008-2009, in cui incredibilmente (dal punto di vista di qualsiasi proposizione scientifico-economica relativa alla esigenza di adottare misure anticicliche), si pervenne all'approvazione del six-packs e, al suo interno, del fiscal compact (cioè del rafforzamento imperativo del sistema di aggiustamento, a carico del lavoro, degli squilibri dei conti con l'estero causati dalla intenzionale fisiologia dell'euro):


3. Ovviamente ne riparleremo. 
Non sarà proprio possibile ignorare gli eventi che si preannunziano nel nuovo TINA determinato dall'ennesimo "stato di eccezione" dei mercati in procinto di essere dichiarato dal n€o-sovrano. Perché è un metodo di governo permanente
E la "governabilità" (ex parte principis) è la caratteristica intrinseca del sistema. 
Comunque voi pensiate di poter esprimere le vostre preferenze elettorali.

mercoledì 17 gennaio 2018

LE FAKENEWS DI PUTIN, LE ELEZIONI E IL MITO DELLA GOVERNABILITA'

Fig.1 Percentuali di individui a rischio di povertà nell’Unione Europea, e nei paesi dell’area Euro - 2015
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Fig.2 Dinamica delle percentuali di popolazione a rischio di povertà nell’area Euro e in alcuni dei paesi 2007 - 2015
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1. Da tutta la grancassa dei big-media nazionali apprendiamo che l'€uropa ci tiene alla nostra libertà di voto e perciò viene salutata con entusiasmo incondizionato l'iniziativa della Commissione Ue sulle fake news. 
Citiamo ex multissimis (Messaggero, 13 gennaio, pag.9): 
"E anche a Bruxelles si stanno preparando a mettere in campo nuove norme proprio contro le fake news. Dovrà essere fatto tutto nel 2018, così come anticipato dal direttore generale Dg Connect della Commissione, Roberto Viola: "In assenza di una regolamentazione - ha spiegato- dovremo intervenire sul piano legislativo".
La premessa di fatto, che darebbe corpo alla ratio di questa nuova regolamentazione, lo stesso articolo la identifica in un fatto che viene dato per certo in base ad una deduzione non priva di difficoltà dimostrative: 
"L'obiettivo finale è puntare sugli euroscettici- Tutta quella parte di politica che, posizionandosi contro l'Ue, finirebbero per favorire la campagna pro-Russia dello zar Putin. Perché sul Cremlino pesano, e tanto, quelle sanzioni imposte dagli Stati Uniti per l'annessione della Crimea che, proprio in questi giorni, si preparano a inasprirle ancora di più".

2. Tuttavia l'enorme peso di queste sanzioni non è agevolmente rilevabile dai fondamentali dell'economia russa. Certamente hanno avuto un peso (il dato è aggiornato al 2016), più che le sanzioni, i prezzi di gas&oil (notoriamente diminuiti durante il periodo giugno 2015 agosto 2016, ma poi, sostanzialmente risaliti, pur con una certa volatilità nel rialzo; analogamente a quanto si verifica anche per il prezzo del gas)
https://d3fy651gv2fhd3.cloudfront.net/charts/russia-current-account-to-gdp.png?s=rusca2gdp&v=201704031439v

3. Perché, infatti, è evidente che nel 2017 si verifica un miglioramento (al netto della flessione estiva delle forniture di gas, quando i prezzi sono più bassi e gli importatori tendono al più a stockare, ma entro certi limiti teoricamente regolamentati, per poi lucrare sui prezzi in successivo rialzo; l'inverno contrassegna un periodico miglioramento che va ovviamente mediato sull'intero anno):
Russia Current Account
4. Sta di fatto che, pure secondo il FMI, dopo la recessione del biennio 2015-2016, la Russia è tornata a crescere nel 2017 e si prevede lo farà pure nel 2018:
https://marketrealist.imgix.net/uploads/2017/05/Russia-Moves-to-Positive-Growth-Territory-2017-05-01.jpg?w=660&fit=max&auto=format
https://tradingeconomics.com/charts/facebook.png?url=/russia/gdp-growth-annual
5. Insomma, istituire una correlazione così drastica tra sanzioni, enorme peso delle stesse, e convenienza e volontà prioritaria della Russia di interferire sulle elezioni nei paesi dell'UE, appare un po' eccessivo sul piano logico e più che altro su quello della prova concreta di come ciò sia avvenuto e stia avvenendo.
Tant'è che l'articolo in questione offre come prova...un articolo del New York Times, che si allarga pure ad indicare i partiti che sarebbero oggetto di una non meglio definita "attenzione" russa. La "notizia" avrebbe preso corpo se il NYT avesse proposto qualcosa di più che le proprie deduzioni di scenario muovendo da premesse fattuali ipotetiche e, a loro volta, fortemente deduttive.

6. Ora, già di per sé, l'indicazione, a sua volta, deduttiva (di secondo, se non di terzo grado) di una fonte mediatica estera che al più potrebbe definirisi "allusiva", e che per di più è una fonte ascrivibile alla controparte della Russia nella presunta nuova guerra fredda, dice molto poco su quanto questa "notizia", dell'interferenza di Putin sulle elezioni italiane, sia verificabile e, di più, sia in effetti stata verificata
Magari, per una minima completezza di informazione, sarebbe anche da prendere in considerazione quanto autorevolmente chiarito da Paul Graig Roberts sui fatti storicamente emersi, e proprio in base alla recente divulgazione degli archivi della National Security, e non meramente dedotti da ipotesi della stampa USA: la unilateralità genetica dell'atteggiamento ostile non risulta obiettivamente ascrivibile alla Russia.
Quello che rimane dalla lettura dell'articolo, in definitiva, è l'insinuazione di una sorta di equazione tra atteggiamento anche solo genericamente anti-€uropa e affiliazione alle manovre destabilizzatrici di una potenza come la Russia, cui, non si sa in base a quale convenienza politica per l'Italia, viene ascritta la qualificazione di "ostile" e dedita al sabotaggio della democrazia italiana. 

7. Questa insinuazione, sorretta dalla evidenziata concatenazione deduttiva e priva di riscontri fattuali oggettivi, contiene poi in sé una sotto-implicazione: che il dissenso montante, in quasi tutti i paesi appartenenti all'Unione, e in particolare in quelli dell'eurozona, rispetto all'impoverimento (senza precedenti), alle asimmetrie socio-economiche in accentuazione, alle politiche di sostituzione etnica, che l'€uropa sta imponendo senza alcun ripensamento, non sia, in ogni caso, spiegabile come autonoma volontà dei popoli coinvolti di rendersi conto (delle) e di voler contrastare le cause del malessere crescente che queste politiche comportano.
E questa ci pare una de-responsabilizzazione agiografica dell'€uropa che non giova in nessun caso alla sua causa.
L'Ue non ha bisogno dell'azione di Putin per essere impopolare.
Perché, volenti o nolenti che siano i suoi sostenitori, un paradigma ordoliberista che impone un feroce mercantilismo reciproco tra i paesi aderenti e la dichiarata e sistematica distruzione del welfare, e che programmaticamente vuole spostare la sovranità ai "mercati", sottraendola alle inefficienti istituzioni democratiche di tali stessi paesi, può portare ad una sola conclusione: che la neo-norma suprema della governabilità divenga un sistema autoritario di imposizione dello stato di eccezione permanente e che i cittadini l'avvertano ormai solo come una minaccia.

APPENDICE DI TEORIA DELLO STATO (per i più volenterosi e studiosi):
1) Già alla fine dell'800, infatti, Sonnino si trovava ad affermare (nel celebre "Torniamo allo Statuto") che "In un Governo fondato quasi totalmente sull'elezione manca, nella alta direzione della cosa pubblica, la rappresentanza dell'interesse collettivo e generale". 
Il Passo citato ci dice già tutto: la composizione civile degli interessi particolari, che, a ben vedere, è alla base del confronto parlamentare deve cedere, ad avviso di Sonnino, il passo ad un preteso interesse superiore, che è visto addirittura come estraneo e sovraordinato ai meccanismi della democrazia rappresentativa, i quali, per loro natura intriseca, rappresentano addirittura qualcosa di opposto (i cattivi "interessi particolari"). 
Si tratta, in sostanza, di un perverso primato della politica che costituisce, puta caso, la "grundnorm" di un particolare "stato di eccezione", quello del "vincolo esterno" che diventa, da un punto di vista morale, una sorta di misura necessitata per, potrebbe ben dirsi, salvare la democrazia da se stessa (annullandola).
...
Ben potrebbero vedersi, in queste parole, gli albori di quella che potremmo definire "morale della tecnocrazia": se il potere esecutivo, per ricondursi all'interesse superiore di cui è unico portatore, deve prescindere da ciò che un Parlamento democraticamente eletto rappresenta, ciò significa -e non potrebbe essere altrimenti- che l'unico modo in cui il secondo può coesistere col primo è vincolato alla presenza di un perenne stato di eccezione che ne neutralizzi la sostanza, riducendolo a mero organo ratificatore.

 "Ora, i ragionamenti contenuti nella Relazione della Commisione di Venezia e ricalcanti simili teorie non sono affatto da assumere come originali, dal momento che gli stessi si pongono in stretta continuità con il dibattito sulla governance” messo in circolazione dal neocapitalismo sovranazionale nel celebre “Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione Trilaterale” del 1975 ove, invero, veniva già allora epigrafato che: 
“… Il funzionamento efficace di un sistema democratico necessita di un livello di apatia da parte di individui e gruppi. In passato ogni società democratica ha avuto una popolazione di dimensioni variabili che stava ai margini, che non partecipava alla politica. Ciò è intrinsecamente anti-democratico, ma è stato anche uno dei fattori che ha permesso alla democrazia di funzionare bene[12].
 E’ a causa di tale format che nei decenni, tramite la ben collaudata tecnica della “doppia verità” veicolata dagli accondiscendenti carrarmati mass-mediatici, si è andato via via rafforzando quel 
… fuorviante connubio tra logiche decisionistiche ed esaltazione della c.d. democrazia immediata, nellambito del quale la retorica del “primato della politica” è sempre di più servita a dissimulare una situazione in cui “la politica in realtà decide poco o nulla di ciò che veramente è rilevante, e se le si chiede un incremento di efficienza, tale efficienza finisce col risultare funzionale alla sollecita realizzazione di obiettivi e disegni di riforma definiti in altre sedi. Limpressione è, in realtà, proprio che ci sia una stretta connessione tra il trasferimento delle decisioni chiave ad istanze non responsabili (nella forma del dominio del mercato, o nella forma attenuata e neutralizzata del dominio della “tecnica) e la trasformazione – rectius la semplificazione, la banalizzazione – della democrazia parlamentare nella sua versione “maggioritaria” e ultracompetitiva”.
La mitologia della governabilità risponde, infatti, nel complesso allidea di un buongoverno ex parte principis e non ex parte populi, poiché, propugnando un elevato grado di separazione e di auto-legittimazione dellapparato politico-istituzionale, mette in discussione la stessa teoria democratica e il suo posto nello Stato costituzionale. Al primato della Costituzione vengono così contrapposte, secondo necessità e nei termini di un logorante “processo decostituente”, l’onnipotenza della politica ovvero la preminenza della tecnica, in virtù di schemi organizzativi e di dispositivi di funzionamento tesi a veicolare la presunta neutralità e apoliticità delle decisioni tecniche e, specularmente, a dissimulare le valutazioni e le scelte politiche nascoste dietro la facciata della tecnica[13].
Così E. OLIVITO, Le inesauste ragioni e gli stridenti paradossi della governabilità, 9-10, su Costituzionalismo.it, reperibile all’indirizzo http://www.costituzionalismo.it/articoli/543/

lunedì 15 gennaio 2018

LA LUNGA ATTESA DEL DOPO-ELEZIONI: OLTRE IL CONFLITTO SEZIONALE METODOLOGICO?

http://images.slideplayer.it/1/541542/slides/slide_3.jpg

1. Solo alcune brevi riflessioni.
Vi confesso che sarei tentato di entrare in "silenzio-blog" fino all'avvenuto svolgimento delle elezioni. 
Appare sempre più evidente, infatti che, dopo che il popolo italiano ha subito un crescendo pluridecennale di politiche di consolidamento del bilancio pubblico (tentato ed anche  fallito perché perseguito, tutt'ora, sulla base di idee economico-scientifiche rivelatesi approssimative nei loro presupposti e fini), i programmi delle forze politiche più importanti, glissano sulla loro posizione riguardo alla prosecuzione o meno di tale linea di politica economico-fiscale.
Il problema sta tutto, ovviamente, nelle fatidiche "coperture" da trovare dentro un ordinamento che, via fiscal compact e persino nella Costituzione, adotta l'obiettivo del pareggio strutturale di bilancio.

2. Questa stessa linea, peraltro, come abbiamo visto, ha convertito il futuro in una minaccia e quindi ha innescato negli elettori l'atteggiamento culturale diffuso del  cercare di indovinare, tra le righe di promesse elettorali cui non possono ragionevolmente attribuire un'eccessiva credibilità, come, dopo le elezioni, verrà distribuito, tra i vari segmenti di società non appartenenti alla elites "cosmopolita", il peso di ulteriori sacrifici economici, che determineranno una sorta di lotteria nell'infliggere un ancor più marcato peggioramento della propria condizione economica.

3. Che questo timore, interiorizzato da un intero popolo, permanga anche in queste elezioni, è abbastanza facilmente constatabile parlando con "l'uomo della strada".
Come è anche evidente che l'unica dialettica politica che può ancora funzionare è quella del cercare di identificare, pur con l'indispensabile vaghezza tipica di una fase preelettorale, la parte di non elite la cui condanna morale, in base ad un giudizio aprioristico già segnato dalla propaganda mediatica che soprassiede al controllo dell'intero processo, renda bene accetta una certa ripartizione sbilanciata del carico dell'aggiustamento fiscale. Questa individuazione della "parte cattiva" dei propri simili (all'interno della stessa barca), dovrebbe (nelle intenzioni) simultaneamente compattare ed attrarre, mediante una proiezione identificativa dalla forza emotiva irresistibile, il voto della restante parte di non elite (noi, quelli buoni).
Tale "sanior pars" moralisticamente  aggregata risulta solo emotivamente e illusoriamente vincente, poichè, in un intreccio di posizioni e di interessi interdipendenti, che vengono accuratamente dissimulati dal sistema mediatico, viene lo stesso colpita dall'aggiustamento: ma non se ne accorge, o è persino disposta a sopportare un certo peso, purché sia estirpato il male attribuito all'altro settore sociale maggiormente colpito.

4. Questo meccanismo di conflitto sezionale metodologico, viene così puntualmente definito da Rodrik:
"Le conseguenze politiche di una prematura deindustrializzazione sono più sottili, ma possono essere più significative.
I partiti politici di massa sono stati tradizionalmente un sotto-prodotto dell'industrializzazione. La politica risulta molto diversa quando la produzione urbana è organizzata in larga parte  intorno all'informalità, una serie diffusa di piccole imprese e servizi trascurabili. 
Gli interessi condivisi all'interno della non-elite sono più ardui da definire, l'organizzazione politica fronteggia ostacoli maggiori, e le identità personalistiche ed etniche dominano a scapito della solidarietà di classe.

Le elites non hanno di fronte attori politici che possano reclamare di rappresentare le non-elites e perciò assumere impegni vincolanti per conto di esse.
Inoltre, le elites possono ben preferire - e ne hanno l'attitudine- di dividere e comandare, perseguendo populismo e politiche clientelari, giocando a porre un segmento di non elite contro l'altro.
Senza la disciplina e il coordinamento che fornisce una forza di lavoro organizzata, il negoziato tra l'elite e la non elite, necessario per la transizione e il consolidamento democratico, hanno meno probabilità di verificarsi.
In tal modo la deindustrializzazione può rendere la democratizzazione meno probabile e più fragile."

5. Dunque questo meccanismo ha tutt'ora un discreto successo, almeno in Italia, nell'assicurare alle elites la sostenibilità del processo elettorale, svolgendo il suo ruolo di "stornare" l'attenzione dal problema sistemico di un'economia neo-liberista liberoscambista, e come tale totalitaristicamente pervasiva di ogni aspetto istituzionale.
E, sempre in Italia, svolge anche il ruolo di deviare l'attenzione dal problema della moneta unica, che è un aspetto strutturale fondamentale di tale neo-liberismo istituzionalizzato, immettendo nel discorso politico serie casuali secondarie o irrilevanti, appunto moraleggianti, ma anche rivestite di tecnicismo-pop, per spiegare le ragioni della crisi italiana.
Al riguardo rammentiamo la premonizione che aveva formulato Caffè (naturalmente del tutto invano). In essa è perfettamente spiegato tutto ciò che sta accadendo:
"Nel suo manuale (Lezioni di politica economica, a cura di N. Acocella, Bollati Boringhieri, Torino, 1990) Caffè mette in guardia per ben tre volte contro l’ipotesi di una moneta unica europea. Eccovele:
pagg. 110-11: “Il difficile cammino della integrazione europea viene reso più arduo sia dalla pretesa di anticipare gli eventi, prima che se ne siano stabilite le basi (ad esempio ‘la moneta europea’); sia dalla pretesa di non tener conto delle fasi congiunturali avverse, come se la Comunità fosse stata configurata soltanto in vista di periodi favorevoli.”;
pagg. 298-99: parlando del gold standard: “In esso coesistevano varie e distinte monete (sterlina, dollaro, marco, franco ecc.), ma, attraverso il vincolo dei cambi fissi e sin quando fossero rispettate le “regole del gioco” necessarie per il buon funzionamento del gold standard (le regole, cioè, elencate a p. 294), si può dire che sostanzialmente la situazione era molto analoga a quella che comportasse l’esistenza di una moneta unica
Le singole economie nazionali dovevano adattarsi alle esigenze di uno standard monetario intemazionale: questo assicurava la stabilità dei cambi; ma non la stabilità dei prezzi interni dei singoli paesi che dovevano adattarsi, come si è visto, per assicurare il riequilibrio delle bilance dei pagamenti.
La stabilità dei cambi favoriva lo sviluppo degli scambi e degli investimenti internazionali; ma imponeva questo vincolo di adattabilità delle economie interne, adattabilità che molto di frequente si realizzava attraverso la disoccupazione e in genere la più o meno prolungata sottoutilizzazione delle risorse disponibili. E opportuno non perderlo di vista oggi che (in mutate condizioni) si prospettano possibilità di una “moneta unica" nell’ambito di aree integrate.
”.


6. Capirete dunque perché, in assenza di una chiara proposizione di questi problemi da parte di tutte le forze politiche impegnate nella campagna elettorale, non si può seriamente prevedere il senso pratico, cioè concretamente avvertito nella propria vita, di un qualunque esito elettorale
Ad essere obiettivi, per completezza, si può riconoscere che, senza astrazioni teoriche e proposizioni sistemiche, Matteo Salvini, sta compiendo un tentativo di proporre un paradigma di "crescita inclusiva" e (accettabilmente) non conflittuale all'interno della non-elite. La sua personale "comunicazione" relativa a questa linea è, se non altro, l'unica riconoscibile a livello di partiti maggiori.
La riuscita del suo tentativo, al di là del "merito" specifico delle sue proposte (che pure è un aspetto non trascurabile), è soggetta a condizioni che la rendono obiettivamente incerta: sia quanto alle linee concrete delle misure attuative che ne conseguirebbero, sia rispetto alle condizioni di alleanza politica che le renderebbero fattibili.

7. Una conclusione è perciò vincolata: la coerenza e la sostanza dell'azione politica di qualunque forza che sarà in grado di dar vita a una maggioranza, saranno immaginabili solo dopo le elezioni, quando si confermeranno, modificheranno o rimescoleranno le "alleanze" e un qualche governo inizierà ad attuare non tanto un programma elettorale (sulla cui validità vincolante rispetto all'indirizzo politico effettivo, per esperienza pluridecennale, l'elettore ha appreso a non fare alcun affidamento), quanto ciò che realmente consentono i rapporti di forza all'interno dell'unione europea
E sapendo che questi rapporti di forza sono stati e saranno, prima di tutto, determinati dal peso della volontà delle elite nazionali, riassumibili nella formula del Quarto Partito.
Per questo, oggi, non saprei neppure cosa commentare: abbiamo davanti essenzialmente una lunga attesa, infarcita di lunari polemiche e di spaventose strumentalizzazioni. I fumi di questo immane gioco delle parti potrebbero solo intossicarci e farci perdere la lucidità. 

sabato 13 gennaio 2018

E VENNE IL TEMPO DELLE COMPETENZE: LA "PEZZA" E LE RISORSE CULTURALI


http://lightstorage.ecodibergamo.it/mediaon/cms.newecodibergamo/storage/site_media/media/photologue/2016/8/12/photos/cache/tagli-alle-corse-dei-bus-i-sindaci-devono-metterci-una-pezza_8d7651b8-60b3-11e6-9b33-cd001caeb57e_900_566_display.jpg

1. Ho una buona notizia e una cattiva. 
Quella buona è che le risorse culturali per uscire dalla crisi sono definitivamente esaurite e, quindi, l'attuale assetto economico-istituzionale non è in grado di effettuare alcuna autocorrezione per evitare l'imminente accelerazione verso un collasso sociale, prima ancora che economico, senza precedenti nella storia occidentale.
La cattiva notizia è che l'assenza di risorse culturali non consente a nessun tipo di "decidente"  di diagnosticare la disfunzionalità dell'assetto e determina, nei "subalterni" (transitoriamente rilevanti come corpo elettorale relegato al ruolo di "ratifica" dell'assetto perseguito impersonalmente dai "mercati"), la convinzione mediatizzata che la crisi sia superata e che il sistema sia divenuto sostenibile.









2. Il fatto è che la reistituzionalizzazione naturalistica di una massa di working poors che deve sistemicamente coincidere con l'intera popolazione come "condizione di equilibrio" (dei mercati: ovverosia di stabilizzazione irreversibile del potere istituzionale dell'oligarchia timocratica) finisce  per produrre un processo in cui non la democrazia costituzionale, - obsoleta definizione ormai fuori dal dibattito politico in ogni sua versione (praticamente una fakenews da censurare formalmente al più presto)- ma la stessa predicabilità di un mondo diverso da quello ottocentesco, sono assolutamente, anzi: totalitaristicamente, fuori questione.
I filosofi, sociologi, politologi e opinionisti vari hanno ormai sfondato le linee del fronte della legalità costituzionale ridotta a fastidiosa celebrazione commemorativa di un caro estinto.

3. Mai come ora, allorché si celebra il tempo delle "competenze" come nominalismo dialettico che legittima la colpevolizzazione morale degli schiavi, la scientificità rifluisce nel campo dell'archeologia cognitiva, cioè nel dimenticatoio dell'irrilevanza brutalmente irrisa:
"Mi pare la stessa distinzione individuata da Thomas Palley, nel suo libro, fra textbook e structural Keynesianism: 
"Il textbook Keynesianism (Keyenesismo da manuale) assume il sistema economico come "dato" e guarda a come rattoppare i problemi.
Filosoficamente, è strettamente connesso alla MIT microeconomics nel concepire fasi di flessione e recessioni economiche (downturns) come il risultato di disturbi temporanei che richiedono tempo per un aggiustamento a causa di frizioni di mercato che impediscono a prezzi e retribuzioni di pervenire a un aggiustamento immediato
Queste frizioni sono una forma di market failure, che connettono il textbook Keynesianism alla MIT microeconomics. Il ruolo delle politiche pubbliche è quello di intervenire temporaneamente e assistere (ndQ: "da spettatore") al processo di aggiustamento.
[...]
Il textbook Keynesianism riconosce il ruolo centrale della domanda aggregata nel determinare l'attività economica. Il suo focus si appunta sul “livello della domanda aggregata" e le recessioni sono spiegate come il risultato di temporanee carenze di domanda.
Quando un'economia va in recessione, il textbook Keynesianism raccomanda di applicare un intervento di rattoppamento via intervento pubblico (policy patch) che accresca temporaneamente la domanda.
Ciò include misure come tassi di interesse più bassi per stimolare la spesa privata e l'aumento della spesa pubblica o i tagli alla imposizione che aumentano il deficit pubblico. In condizioni normali, queste politiche di innesco (dello) stimolo  (pump-priming) possono accelerare il ritorno alla piena occupazione.

Lo Structural Keynesianism aggiunge una preoccupazione addizionale, relativa al "processo generativo della domanda" sottostante (underlying “demand generating process,”) che è il prodotto del sistema economico. 
La sua prospettiva sul processo economico è dinamica ed è anche correlata alla distribuzione del reddito. 
Le recessioni possono essere dovute a dei declini temporanei nella domanda del settore privato, ma possono anche essere attribuite a carenze del processo di generazione della domanda.
In questo caso, l'economia sperimenterà una prolungata stagnazione e persino una depressione come accadde negli anni '30 del '900 e come potrebbe ora accadere di nuovo.
E' questa idea della carenza di domanda "sistemica" in contrapposizione a quella "temporanea" che distingue lo structural Keynesianism dal textbook Keynesianism." (Thomas Palley, From Financial Crisis to Stagnation, New York, Cambridge University Press, 2012, s.p.)."

4. Proiettando questo colossale problema "diagnostico", nonché ovviamente, e di conseguenza, di capacità culturale di (auto)valutazione degli effetti strutturali delle politiche perseguite per anni (o decenni, sia pure con gradualità "strategica"), sul panorama delle prossime elezioni, la conclusione rimane questa, (se si comprende il ruolo della "intenzionalità" nel determinare la realtà effettuale, così come il linguaggio che aspirerebbe a descriverla):
Attenzione: dire che queste elezioni saranno "inutili" (come fatto politico istituzionale determinativo del MUTAMENTO dell'indirizzo politico) non implica che lo sarà altrettanto il trascorrere del tempo, lungo il quale si verificheranno, in momenti non esattamente prevedibili, gli eventi inevitabilmente corrispondenti alle forze che ESSI hanno messo in gioco e che avranno diretti riflessi sull'Italia.

In pratica: un processo (dialettico: di composizione di forze antagoniste) è comunque in svolgimento.

Ma queste elezioni non sono, - per premesse, "agenti" coinvolti, e contenuti-, il frutto di una "intenzione" anticiclica (in senso storico), dato che l'intenzionalità corrispondente alla coscienza ("democratica, nazionale e di classe", se vogliamo chiamare le cose col loro nome) degli italiani è incompiuta e minoritaria.
Insomma, il voto non potrà che essere pro-ciclico, cioè una forza propulsiva del vecchio ciclo: ma proprio per questo ne potrà affrettare il compimento e l'inversione verso il nuovo ciclo.